laDirce | Un paese e cento storie. Un po’ di storia

laDirce è l’anima di molte case, per esempio tutte quelle che dal 2005 al 2014 hanno dato vita al piccolo miracolo di Un paese e cento storie, uno dei primi progetti italiani di social eating (noi le abbiamo sempre chiamate “cene in famiglia“), nato a Belvedere Fogliense e presto diffusosi in una ventina di altri borghi e castelli della provincia di Pesaro e Urbino. Per inciso, la rocca malatestiana di Montelevecchie (dal 1922 Belvedere F.), atterrata alla fine dell’Ottocento, è stata la prima a torreggiare sul vassoio della Dirce, a rappresentare l’offerta delle cento storie dei nostri borghi e dei loro abitanti.

 

“Un paese e cento storie”: in famiglia con laDirce

Belvedere Fogliense di Tavullia, Primavera 2005. L’Amministrazione comunale promuove presso gli abitanti una raccolta di testimonianze e documenti, attraverso i quali realizzare una mostra e successivamente un volume, per festeggiare la fine dei restauri del castello, protrattisi in verità piuttosto a lungo.

Senza che nessuno lo chieda o lo decida, si finisce per ‘fare base’ nel cortiletto di casa Bartolucci, da Teo e la Ida. I pomeriggi sotto il pergolato si moltiplicano, ad attenderci ci sono sempre una torta, dei pasticcini, una crostata, accompagnati da un tè o da una crema di limoncello capaci di sciogliere ogni incertezza di quelle donne tra loro diversissime, radunate intorno al tavolo che sempre di più si affolla di vecchie  foto. Da subito si sente che non è questione di carta stampata, che la mostra, il libro devono essere veicolo di qualcosa d’altro.

Le case allineate su via Parrocchiale hanno le chiavi infilate nella porta, molte porte anzi sono aperte sempre, e c’è chi dalla finestra si affaccia e ti offre un caffè. Dalla casa verde una signora esce col passo di chi non ha tempo da perdere, va verso il cimitero: ho pronti i ciambelloni, se vuole entrare, signorina. Ma no, grazie, non si disturbi… beh, almeno prenda due pastine [intende biscotti, come gli anziani di queste parti]: sa, i wafer li compro dalla Emma per i miei nipoti, si mangiano facile, veh, basta spezzarli, li prenda, così li tiene da parte per la merenda. Voi ragazze d’oggi lavorate sempre, non avete neanche il tempo per mangiare.

Il tempo per mangiare. Il tempo, tout-court.

Nel frattempo le fotografie compongono il loro mosaico, pochi sono gli spazi che restano bianchi, gli archivi e i cassetti restituiscono disegni,  parole, oggetti desueti, tutto insieme fa proprio una bella figura, manca solo la rocca, e il ritratto di Montelevecchie è quasi pronto.

 

La zuppiera delle storie, 2009

 

Nel frattempo le fotografie compongono il loro mosaico, pochi sono gli spazi che restano bianchi, gli archivi e i cassetti restituiscono disegni,  parole, oggetti desueti, tutto insieme fa proprio una bella figura, manca solo la rocca, e il ritratto di Montelevecchie è quasi pronto.

Ma per far festa a un posto così non basta ‘mostrare’. Bello è provare a ‘vivere’ un’atmosfera che per natura sembra votata all’accoglienza. E allora, una sera di Settembre, magari con un po’ di improntitudine, si butta là una proposta: perché non invitare tutti a cena, far assaporare (toccare con mano, as-saggiare, sperimentare) il genius loci di Belvedere, quella particolare attitudine all’incontro senza troppi complimenti, il gusto di un paese?

L’idea di conoscere un paese passando dalla cucina, luogo dell’anima prima ancora che del cibo, alla fine ha la meglio sulla iniziale diffidenza (ma si va a casa di uno sconosciuto? e loro come fanno a sapere che siamo persone perbene?).
Il primo anno siamo tutti trepidanti, poi la voce si sparge e gli ospiti cominciano ad arrivare anche da fuori provincia, in undici edizioni solo uno su millecinquecento si è presentato a mani vuote, solo uno su millecinquecento ha dato forfait senza avvisare. Vorrà forse dire che la gentilezza, la buona creanza tengono ancora nonostante tutto?

Sia come sia, l’idea è contagiosa, e tra il 2012 e il 2014 i paesi che accolgono ospiti per le cene in famiglia diventano una ventina, disseminati nei territori di cinque Comuni. Borghi e castelli della provincia di Pesaro, dirimpetto a Belvedere o dall’altra parte della collina, accomunati dalla voglia di raccontare il proprio territorio con parole semplici, gesti quotidiani, con l’affetto che al viaggiatore dice più di mille testimonial d’oltreoceano. Luoghi dai nomi antichi, che da soli valgono una storia: Candelara, Monteciccardo, Sant’Angelo in Lizzola, Montefabbri (uno dei “borghi più belli d’Italia)…
Nel novembre 2014, a festeggiare la decima edizione del progetto insieme con laDirce e l’intero territorio di Un paese e cento storie c’è anche Vito, protagonista di un’indimenticabile pomeriggio di chiacchiere cucinarie; al termine di un programma ricco e impegnativo, proprio come nel 2005 ci ritroviamo tutti in piazza, a Belvedere, a tagliare una torta gigante e a ballare al suono dell’organetto. Sullo sfondo, come sempre, le colline del Montefeltro, che in autunno si tingono del rosso degli scotani e con la nebbia sono ancora più dolci.

 

Alla fine del 2015  Un paese e cento storie si è guadagnato una tesi di laurea, un paio di articoli su riviste scientifiche e un bel po’ di complimenti in manifestazioni come il Salone del Libro, il Salone del Gusto e il Festival del Turismo Responsabile. La Dirce continua a cucinare per un mondo migliore, e nel frattempo raduna intorno a sé molte altre persone desiderose di “fare qualcosa”  per il proprio territorio: riunite nell’Associazione Storiememorie queste persone sono oggi parte di una community che condivide valori di sostenibilità sociale, ambientale ed economica, capace di accogliere l’ospite “come uno di casa”.
Il resto è una storia ancora da scrivere: restate con noi per sapere come andrà a finire. 🙂

 

Cristina Ortolani, dicembre 2015
concept Un paese e cento storie

ladirce

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