Millie e Simonetta. Storie di pizzi, tuiles e torroni

Pizzi, tuiles e torroni: no, non siamo dalle parti di guidogozzano ma nella forse ancor più domestica Pesaro, e stavolta la nostra storia vale doppio. Sì, perché dalla Boutique De Angelis, una delle più rinomate della città, attiva da oltre settant’anni, il passo è breve verso il Bar-Pasticceria Gino, storico ritrovo dei pesaresi, passando per Bruce Springsteen e la Merica… Ma andiamo con ordine.

 

Pesaro, Corso XI Settembre 1

All’angolo del Palazzo del Governo, quasi a far memoria di una delle tante botteghe che un tempo animavano l’antica via dei Fondachi, due vetrine rimandano suggestioni di femminilità frizzante e raffinata. Sfumature rosa cipria e di lieve verde salvia si intravedono all’interno, dove una vetrata dal gusto liberty incornicia sete e pizzi che si intuiscono rari. E proprio da qualche metro di pizzo (Valencienne? Macramè? Chantilly? Meglio, forse, un più nostrano sangallo) parte la storia di Simonetta De Angelis, attuale titolare insieme con la nipote Emilia Filippetti (ma chiamatela Millie) della Boutique De Angelis. I pizzi con i quali nonno Geremia incantava le signore di Borrano (frazione di Civitella del Tronto, nel Teramano), in Abruzzo, regione di origine della Famiglia De Angelis.

Affabulatore sapiente, parlava anche un po’ di latino, ricorda Simonetta, Geremia De Angelis trasmette il mestiere al figlio Saverio, che appena sedicenne parte per gli Stati Uniti d’America dove intende raggiungere lo zio. Dopo il lungo viaggio a bordo del Canopic, Saverio sbarcò a Boston con soli otto dollari in tasca, come raccontano le ricerche svolte dai suoi famigliari. Ma in realtà Saverio la Merica la trova al suo ritorno in patria, nel 1927, quando la morte del fratello Mario lo induce a tornare a Fano, dove la sua famiglia aveva avviato un negozio di biancheria, e dove incontrerà Merìca Pierpaoli, che in breve tempo diverrà sua moglie. Verso la metà degli anni Trenta i miei genitori trasferirono l’attività a Pesaro, in un locale situato all’attuale numero 27 di Corso XI Settembre (oggi boutique Pantanelli), e nel 1980 ci spostammo qui, negli spazi un tempo brulicanti degli avventori del caffè di piazza Vittorio Emanuele, in seguito affittati alla confetteria “Unica”.

In quegli anni a Pesaro i negozi di biancheria si contano sulle dita di una mano, e i ricordi di Simonetta illuminano modi e consuetudini di cui oggi apprezzeremmo la sostenibilitàle liquidazioni si svolgevano esclusivamente a fine febbraio e fine agosto, e solo dagli anni Settanta, perché in precedenza al termine della stagione tutti i capi si riponevano in guardaroba, con le palline di naftalina, proprio come in casa. In negozio insieme con Simonetta c’è la sorella Giancarla, e con loro anche la simpaticissima Marta: sotto l’occhio vigile della signora Merìca, compongono un quadro tutto al femminile completato negli ultimi anni – dal 1992, e siamo così alla terza generazione – da Millie, figlia di Giancarla, che con successo ha traghettato il nome De Angelis sui social (dove tra gli ultimi arrivi, molto seguiti e commentati, fanno spesso capolino altrettanto apprezzate foto di Bruce Springsteen, di cui è grande fan). Non avrei potuto fare altro, osserva con la naturalezza di chi è ‘nato e cresciuto nel commercio’, e credo che oggi sia fondamentale, accanto al preziosissimo rapporto personale con le clienti, saper parlare anche alle generazioni più giovani, con i loro stessi mezzi. Un’evoluzione che si specchia nella sequenza di foto conservate da Simonetta e Millie in due ‘scrigni’ di latta decorata e velluto verde, scorrendo le quali, accanto alle vicende della nostra città, si legge una minuziosa e ben delineata storia del costume. Non è un caso, infatti, che proprio da queste fotografie sia nata l’idea di un libro dedicato ai Tipi da spiaggia – bagni, bagnini e bagnanti nella Pesaro del secondo dopoguerra: immagini di Simonetta e Giancarla bimbette, con gli appunti di Merìca per ricordare al fotografo i colori di un tenue ritocco; immagini aggraziate e spensierate di bagnanti che posano su una spiaggia ancora assai poco attrezzata, o di abbronzati fusti in stile Poveri ma belli, intenti a esercizi di equilibrio sul bagnasciuga. Mia madre mi raccontava di alcune signore pesaresi molto in vista multate per aver indossato il due pezzi, sorride Simonetta, naturalmente si trattava di modelli castigatissimi, ma subito dopo la guerra facevano scandalo. Ricordo ancora alcuni costumi da bagno di lana, poi negli anni Cinquanta – Sessanta sono arrivati gli interi con il gonnellino e le stecche nel reggiseno, la silhouette era molto vicina a quella degli abiti. Poi, ancora, negli anni Settanta la rivoluzione dei bikini per allora ridottissimi, fino ad arrivare ai costumi da bagno sofisticati come vestiti haute couture, che ci siamo abituati a vedere a fianco di minuscoli triangolini di lycra e tessuti ipertecnologici.

Impossibile, chiacchierando con Simonetta e Millie, non indugiare su tessuti, rifiniture, dettagli e parole (quante indossano oggi il prendisole?) attraverso i quali passa il vestire di un’epoca, lo stile di tre generazioni di donne per le quali “le De Angelis” sono più amiche che negozianti. Fuori il cielo è plumbeo, scrosci di pioggia scorrono incuranti della primavera, ma il nostro incontro è punteggiato da signore di diverse età (non mancano gli uomini, però) che si affacciano per un saluto, un’occhiata agli accessori da mare. “Nata nel commercio”, Millie auspica anche per sua figlia Flavia un avvenire in questo settore: sarebbe la quarta generazione commenta non senza una punta di soddisfazione.

 


 

Il Bar Gino

I ricordi di moda si profumano dei colori del marzapane, del miele, di scorzette d’arancia, e seguendo i ricordi di Millie il set del racconto si muta pian piano, passando impercettibilmente dall’atmosfera ovattata della boutique di lingerie all’ambiente vivace del Bar-Pasticceria Gino, in via Giovanni Branca 43-45. Una bimba sgrana gli occhi su un paiolone (in verità il nome in codice sarebbe “pozzo”) ricolmo di una pasta bianco avorio dal quale salgono profumi celestiali di albumi e miele: per il laboratorio della Pasticceria Gino è giorno di torrone, e la piccola sa che al ritorno da scuola l’attenderanno mandorle da ‘rubare’ all’impasto, croccanti e imbibite di questa goloseria che assomiglia a una mou. Proust e le sue madeleines si presentano puntuali alla mente, ma qui siamo più dalle parti della Fabbrica di cioccolato, e da un momento all’altro ci si attende l’arrivo, se non di Willy Wonka in persona, almeno di un mago dalle sembianze di Johnny Depp.

Le parole di Millie non riescono a contenere l’entusiasmo di quella bimba cui era concesso il privilegio di far colazione in pasticceria, e che, in barba alla nonna, la burbera e temibile Nina, insieme con il fratello Franco sottraeva i gelati “Pinguini” prima che venissero confezionati, o rompeva le uova di Pasqua dei clienti per cercarne la sorpresa. In occasione del Natale i tavoli del bar erano riuniti al centro del locale, e dopo essere stati addobbati accoglievano trionfi di confezioni regalo e di torrone, grandi blocchi dai quali di volta in volta si prelevava la quantità richiesta dal cliente con uno scalpello. Prima di diventare “Gino” e basta, però, Gino Filippetti si era fatto le ossa a Roma, al Caffè Rosati di Piazza del Popolo, dove aveva conosciuto Emilia Calamita, detta familiarmente Nina, originaria di Sacrofano (Roma) e anche lei impegnata nel commercio, più precisamente nella gestione della rivendita di sali e tabacchi di famiglia; dal loro matrimonio nascerà nel 1934 Nerio, il babbo di Emilia. A Roma Gino apprende le basi dell’arte pasticciera, che continuerà ad affinare proponendo a Pesaro creazioni originali, dall’aspetto accattivante e di indimenticabile squisitezza. La famiglia di mio padre tornò a Pesaro subito dopo la sua nascita, raccontavano di aver percorso tutto il tragitto Roma-Pesaro su un calesse. Prima di aprire il Bar Gino in via Branca mio nonno gestì per qualche tempo un’altra attività per il Corso, a fianco di Palazzo Perticari, insieme con Amedeo, un suo cugino; in estate con il fratello Dante (padre di Nardo Filippetti, fondatore del tour operatorEden Viaggi) attivavano un chiosco di gelati al mare. Purtroppo Gino venne a mancare nel 1959, e nonna Nina dovette prendere la guida dell’attività di famiglia, insieme con mio padre. Appassionato di calcio e grande tifoso della VIS Pesaro, insieme con gli amici del Bar Sport di via Branca Gino amava giocare tiri feroci ai sostenitori dell’avversaria squadra di Fano.

La preparazione del torrone era impegnativa, riprende Millie, cominciava intorno alle cinque di mattina e finiva con l’impasto steso sui piani di marmo a pomeriggio inoltrato. Ma in pasticceria c’erano anche altre specialità la cui realizzazione era abbastanza complessa, per esempio il ‘pagliaio’, un profiterole elaborato, ricoperto interamente di fili di caramello che venivano ‘tirati’ con la saggina, proprio quella delle scope, oppure le pesche di marzapane, con il picciolo di cioccolato. C’erano anche i ‘manganelli’, piccoli torroni cilindrici ricoperti di cioccolato fondente, mentre tra i gelati era rinomatissimo il gusto nocciola. Capolavori di alta pasticceria che Gino forniva anche a numerosi alberghi di Pesaro, e che non mancano, per esempio, nelle fotografie del rinfresco allestito per il matrimonio della figlia Giancarla. Da ricordare anche i cuori di marron glacé, souvenir, sottolinea ancora Emilia, degli anni trascorsi alla Pasticceria Rosati di Roma.

Tra i clienti di Gino ci piace ricordare la – almeno per noi pesaresi – celebre Prima Paganelli, la Bolognese, che a lui affidava la perfetta riuscita del doposfilata nell’atelier di viale Corridoni. Presso la Pasticceria Gino si formarono alcuni dei migliori pasticcieri della città, da Germano a Franco Zidolani fino a Elio della Pasticceria Serafino; a completare il quadro di questo frammento di storia pesarese ricordiamo infine le Quattro stagioni, le decorazioni pittoriche di Nanni Valentini che ornavano il locale.

E’ tornato il sole, tra i ricordi e qualche tazza di tè è quasi ora di chiudere. Ci ripromettiamo di tornare, per farci ripetere i nomi delle paste, il cui elenco – di cui crema e cioccolatte non sono che un assaggio – saprebbe destare, appunto, l’attenzione di Guido Gozzano. Ultima nota golosa, per ora, il tuile che fa capolino tra un bignè e un diplomatico: da non confondere con il cannolo siciliano, precisa Millie, rispetto al quale è più leggero e aereo, il tuile è un croccante ‘involtino’ di pasta di mandorle, cotto al forno, rivestito di cioccolato e riempito di panna montata. Detta così, niente da invidiare ai macramè e ai valenciennes che affollano gli scaffali intorno a noi.

La storia di Simonetta e Millie, raccolta da Cristina Ortolani, è ripresa e riadattata da “In cucina con la Dirce“, novembre 2013

Bar Pasticceria Gino
Pesaro, anni Sessanta del ‘900. Il Bar Gino (raccolta Emilia Filippetti)

 

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Boutique De Angelis

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